mercoledì 20 dicembre 2017

A.A.V.V., "Pellegrino del Cosmo. Sulla figura di Tommaso Romano" a cura di Giuseppe Bagnasco (Ed. CO.S.MOS)



Nell'occasione dei cinquant'anni di creatività, attività culturale e di animazione editoriale, Giuseppe Bagnasco, amico fraterno di Tommaso Romano, ha voluto raccogliere nella serie "Ricapitolando la memoria" (n.2) dopo la bibliografia curata da Vito Mauro Continuum, molte e significative testimonianze di critici, autori e poeti che hanno voluto sottolineare nel tempo con la loro parola e i loro testi, la considerazione per la personalità multiforme di Tommaso Romano.
Proponiamo l'elenco degli scritti compresi nel volume, che si potranno consultare e scaricare liberamente.
un ringraziamento dei curatori della collana, Maria Patrizia Allotta e Vito Mauro oltre naturalmente all'opera altamente qualificata di Giuseppe Bagnasco e alla cura editoriale profusa da Giovanni Azzaretto.



Gli Autori

Franca Alaimo, Maria Patrizia Allotta, Pasquale Attard, Ugo Attardi, Giuseppe Bagnasco, Andrea Barbera, Enzo Benedetto, Andrea Aldo Benigno, Maurizio Massimo Bianco, Henri Bresc, Francesco Bruno, Antonino Buttitta, Ignazio E. Buttitta, Francesco Maria Cannella, Ilaria Caputo,  Bruno Caruso, Adalberto Coltelluccio, Manlio Corselli, Carmelo Maria Cortese, Giuseppe Cottone, Amalia De Luca, Pietro Di Marco, Salvatore Di Marco, Giovanni Dino, Arturo Donati, Maria Elena Mignosi Picone, Rita Elia, Lucio Farinella, Sara Favarò, Giorgio Forattini, Mons. Bruno Forte, Giuseppe Fumia, Lydia Gaziano, Francescopaolo Giannilivigni de Levis, Giacomo Giardina, Francesco Alberto Giunta, Dino Grammatico, Mario Grasso, Francesca Guajana, Gaetano Ingrassia, Emilio Isgrò, Saverio La Paglia, Serena Lao, Stefano Lo Cicero, Giusi Lombardo, Franco Mannino, Antonio Martorana, Giovanni Matta, Vito Mauro, Pietro Mirabile, Agata Monaco, Vincenzo Monforte, Elisa Orzes Grillone, Giuseppe Palermo Patera, Giulio Palumbo, Silvano Panunzio, Nino Parlagreco, Bent Parodi, Fortunato Pasqualino, Teresinka Pereira, Ida Rampolla del Tindaro, Giacomo Rizzo, Nicola Romano, Umberto Luigi Ronco, Gennaro Scargiali, Sal Scarpitta, Elvira Sciurba, Francesco M. Scorsone, Luigi Scrivo, Marcello Scurria, Francesca Simonetti, Ciro Spataro, Giovanni Taibi,  Roberto G. Trapani della Petina, David Maria Turaldo, Piero Vassallo, Marcello Veneziani, Vittorio Vettori, Vincenzo Vinciguerra, Sarah Zappulla Muscarà, Lucio Zinna.





mercoledì 13 dicembre 2017

Pubblichiamo la motivazione del Premio "Nino Martoglio" conferito a Tommaso Romano per la poesia

Tommaso Romano è figura di intellettuale multiforme e di scrittore a tutto tondo per l'imponente produzione poetica, saggistica, di aforismi a cui sono andati prestigiosi riconoscimenti, fra tutti il Premio della Cultura delia Presidenza del Consiglio e le Palme Accademiche della Repubblica di Francia. Presidente Onorario dell'ISSPE (Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici), direttore delle riviste Spiritualità & Letteratura e Ara Pacis. È vice Presidente della Fondazione Ignazio Buttitta, docente di filosofia, estetica e antropologia criminale, Tommaso Romano ha guidato importanti periodici che hanno rilanciato, fra il tanto altro, il tema "spinoso" del rapporto tra arte e aspirazione al sacro. Personalità eclettica, appassionato promotore di cultura, ha rivestito numerose cariche di prestigio, rendendo testimonianza di un interesse per l'arte nel pieno dell'armonia tra sperimentazioni intime, dal sapore mistico, e ambizioni totalizzanti. Fondatore delle "Edizioni Thule" oggi Fondazione, Tommaso Romano incarna il carisma del poeta che vorrebbe dare forma e contenuto ad un mondo dai contorni e dalle sostanze definibili a un tempo rivoluzionarie e tradizionali. Tra gli innumerevoli temi che emergono dalla vasta sua opera, la relazione tra libertà e responsabilità, tra uomo e scienza e tecnica, tra individuo e sistema economico.

Nell'elegante raccolta di liriche Dilivrarmi (Liberarmi) - antico termine letterario tratto dal sonetto di Francesco Petrarca "lo son, sì stanco sotto 'I fascio antico", dalla intensa, profonda ispirazione religiosa - che ci introduce al grande tema della libertà, edita da Salvatore Sciascia, Tommaso Romano, in virtù della profonda sua vocazione alla filosofia s'inscrive, sottolinea Raffaele Nigro, nella nota introduttiva, "a una linea poetica di riflessione e di astrazione, come dire Campanella e Holderlin, per restare tra gli esempi alti". Con un inquieto verseggiare dalla cifra ermetica, che attinge alla memoria, alle cronache personali, alla natura, Tommaso Romano traduce lo scarto tra un passato ricco di sentimenti e un presente sfuggente e vano e, nel contempo, indica la strada di una nobile quanto solitaria e titanica resistenza morale.

martedì 12 dicembre 2017

Premio "Nino Martoglio" a Tommaso Romano

da: "Il Settimanale di Bagheria", n. 764, 3 Dicembre 2017


Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'insegna dell'Ippogrifo)

di Anna Maria Bonfiglio

Di Tommaso Romano, scrittore, poeta, editore, saggista, ho letto parecchie opere, di alcune ho anche scritto, ritrovando in ognuna un carattere diverso e originale, sempre comunque in linea con le caratteristiche intellettuali e umane dell’autore. Mi trovo adesso di fronte ad un testo di particolare interesse, sia per la forza della parola, sia per il “coraggio” dell’autore di esporre la propria indignazione, la propria amarezza e, direi, il proprio scoraggiamento di fronte ad una realtà sempre più povera e desolante, con un approccio che si potrebbe definire “politicamente scorretto”. E aggiungerei, vivaddio, legittimamente scorretto. Il poemetto Nel mio Regno dei Cieli è, a mia lettura, una sorta di pamphlet in versi, un accorato e acre richiamo all’umanità tutta perché riconosca l’abisso verso il quale è protesa. Nelle brevi sequenze in cui è scansionato riconosciamo un ampio arco di tonalità poetiche: il respiro lirico, l’aggregazione di molteplici sentimenti, la nostalgia per tutto quello che è andato perduto e l’ironia amara di chi ha preso coscienza di uno status incontrovertibile. L’incipit potrebbe sembrare una dichiarazione d’intenti: “Ora che il tempo/ti ha distaccato/ da tutto/guardi e vivi quasi/da vero filosofo”. Ma, appena più avanti,  altri versi rispondono opponendo una sorta di dura invettiva verso la vanità e l’ipocrisia: “Sì, miseria/è il balbettare/frasi gentili/odi alla luna/e non sentire che tutto crolla/si smarrisce/anche ciò che era l’umano”. Il poeta prende le distanze dalla concezione di poesia sognante e astratta, avulsa dalla realtà e dalla società malata, quasi ignara della prepotente presa di potere della mercificazione. Nell’acquisizione delle regole mercificatorie  l’uomo ha permesso che fosse il denaro il demiurgo dell’esistenza, ha relativizzato ogni valore, perso i punti di riferimento morale e spirituale: “tutto è verità, ma nessuna verità, nel profondo”. La parola poetica di Romano si fa amaramente ironica quando sfiora il concetto di religiosità e di cristianità: “T’hanno sfrattato,infatti,/caro il mio Signore,/non conti nulla/-e forse è bene così-/non mischiarti/e lascia a pochi/il sangue e il corpo,/pochi appestati/fedeli al sempre”. Versi provocatori che attaccano il cedimento morale e “ il compromesso al vuoto che avanza come deserto”.  Il sangue e il corpo, Ministero e Mistero, sono il privilegio dei credenti, “fuoco dell’anima” che non va disperso nel “perbenismo e nell’ipocrisia”. La scienza ha sostituito il concetto di Divinità, si va per selezione e ciò che conta è produrre e arricchirsi. Punto nodale del poemetto è l’alienazione dell’uomo-poeta Tommaso Romano da una realtà disumanizzata e da una società massificata che disconosce la dignità del genere umano. Da ciò l’esigenza di crearsi un proprio Regno dei Cieli che vada al di là del senso che comunemente si dà all’espressione, un luogo-non luogo dove sacralizzare tutto ciò che costituisce la propria essenza intima e dove espandere la propria idealità. Un testo forte, questo di Tommaso Romano, ideologicamente onesto e in controtendenza con l’omologazione imperante, i cui punti fondanti sono il risentito je accuse alla società, la deplorazione dell’impoverimento spirituale dell’umanità e l’elogio di quella regalità relativa alla bellezza e alla distinzione.

giovedì 9 novembre 2017

Pubblichiamo la motivazione del Premio "Ignazio Buttitta" conferito a Tommaso Romano

Al professor Tommaso Romano, poeta, saggista, narratore per il diuturno sostegno alla crescita artistica e culturale isolana e l'instancabile lavoro di creazione e ricreazione di immaginari simbolici tradizionali e di elaborazione di orizzonti speculativi tesi alla conoscenza dell'inconoscibile.






mercoledì 27 settembre 2017

Pubblichiamo, la motivazione del Premio "Francesco Carbone - Experimenta 2017", assegnato a Tommaso Romano

GIURIA DEL PREMIO

Vincenzo Viscardi 
Presidente dell’Istituzione Francesco Carbone
Aldo Gerbino 
Critico letterario e d’arte contemporanea
Francesco Marcello Scorsone
Presidente dell’Associazione Studio 71
Vinny Scorsone 
Storico e critico d’arte





L’impegno e la tenacia nella scrittura, la sperimentazione costante condotta sul piano d’una lingua pur sempre mantenuta al suo livello di classicità, fanno del lavoro intellettuale di Tommaso Romano, un prodotto multi- direzionale, ma soprattutto vigile sul versante della ricerca poetica. Un necessario impegno mo­rale, il suo, già nel governo editoriale di ‘Thule’, percorso e intessuto dall’impe­gno saggistico esposto sulla pedana delimitata da un orizzonte sempre più pros­simo all’attualità dei pressanti rilievi esistenziali. E se dallo scollamento delle culture e del loro avanzamento verso la sintesi di quelle istanze e contraddizioni insite nel terzo millennio, Tommaso Romano sintetizza, così come nel Nel buio aspettando l’alba speranza che non muore, la sua fiducia indiscussa nell’uomo, nella valenza spirituale in cui la parola è segno ineludibile di fermezza, apertura verso il futuro.

martedì 26 settembre 2017

Tommaso Romano, "Miniature per l'Arca" (Ed. CO.S.MOS)

di Sandra V. Guddo

Un nuovo tassello va ad arricchire il mosaico della narrazione di Tommaso Romano che con questa operazione culturale, espressa in “ Miniature per l’Arca “, conferma la sua Incontenibile Versatilità, che ho tracciato, in parte, nel volumetto omonimo.
Si tratta di una narrazione lineare che si basa sui due pilastri che l’Autore ritiene fondamentali per chi non vuole piegarsi al disimpegno, al generico, all’anonimato, al divenire del nulla, che sembrano dominare nella società globalizzata.
Non è difficile intuire che i due pilastri a cui mi riferisco sono la Cultura e la Memoria: un binomio inscindibile! Non ci sarebbe cultura degna di essere tramandata senza la conservazione della memoria di quanti, pur in piccola parte, hanno contribuito con le loro opere alla sua costruzione. Più volte infatti Tommaso Romano ha esortato a non bruciare le carte ma a preservarle dall’abbandono e dall’oblio.
Non è certamente un caso che, insieme a tanti altri nomi eccellenti, Egli citi, nella stessa sezione” Graphie ”  Zygmunt Bauman  ( 1925-2017) e Antonino Buttitta  ( 1933-2017).
Il primo, “   geniale, seppur discutibile e controverso, analista sociale ”( pag.135 ), nei suoi numerosi scritti, ha operato una minuziosa disamina della società postmoderna, da lui definita liquida in contrapposizione alla tramontata società che appariva solida in quanto costruita su valori fondamentali per lo stesso genere umano, responsabile del suo operato. Il sociologo polacco ha approfondito il concetto di Cultura che da patrimonio personale e collettivo si è disperso, nella società globalizzata, impoverendosi e disperdendosi nei rivoli della volgarità e del nulla, generando la Bulimia del Consumismo.
Antonino Buttitta  ” Maestro di antropologia e umanista del nostro tempo, libero come pochi ” (pag.132 ) ha insegnato e ribadito, fino all’ultimo dei suoi giorni, il valore della memoria senza la quale un popolo non è più libero, privato della consapevolezza del proprio passato. Così scrive nella introduzione al libro di Vito Mauro, Continuum,” Aristotele ha scritto che la memoria è negata agli schiavi. Apprezzo Romano soprattutto perché, in quanto cultore del passato, vuole restituirci la memoria che il presente ci nega  ”.
Un binomio perfetto di cui, ovviamente, molti altri intellettuali si sono interessati.
 Da qui nasce l’esigenza di Tommaso Romano di ribadire i suoi valori e il suo   impegno a cesellare miniature di persone, divenute personaggi, che si sono distinte dalla greppia con il loro operato affinché la loro memoria venga salvaguardata e custodita in quell’Arca ideale, “ben piantata in terra o vagante nell’acqua. “  In essa  “ troveranno posto uomini, donne, animali, frutti e carte da non bruciare, immagini, suoni, elementi che realmente contano e sono indispensabili per erigere le difese e sostenere le architravi, le merlature, in rettangoli di volontario ammutinamento, in uno spazio per poco o nulla violabile, cioè, riservato all’armonia, alla pratica della temperanza, all’umano, insomma”. ( pag. 6 ).
Miniature per l’Arca comprende quattro sezioni, una delle quali “Graphie” è appunto dedicata a chi è scomparso; esse sono precedute da alcune fondamentali riflessioni del suo Autore che possono fornire una chiara chiave di lettura del testo in cui è possibile rinvenire una malinconica ammarezza per la situazione attuale della società, stantibus rebus, definita civile. Al contempo emerge la reazione consapevole di chi si attrezza per non annegare tra i flutti del nulla e prepara l’Arca della salvezza per sé e per chi ne sia ritenuto degno. Gli operatori della cultura, ognuno secondo il proprio talento, sono presentati nel testo come cesellate miniature, destinate a durare nel tempo, si spera, non soltanto quello terreno.
Francesco di Franco, in una sua estemporanea dichiarazione, ha affermato che” Ricordarsi e riportare in auge chi non c’è, è il modo più bello di continuare la sua attività, l’uomo è quel che fa, e quando la generosità e l’amore per la cultura inducono a riconsegnare lo spirito, è un gesto di grande onore  ” .
E con tale gesto l’Autore fa rivivere, nelle pagine della sua opera, personaggi talentuosi come l’indimenticato Renato Guttuso mentre, poco più avanti, consegna ai posteri il talento artistico di Sebastiano Caracozzo.
Contestualmente, viene raccontata, per grandi linee, l’ascesa ed il declino della monarchia sabauda e del mondo anche valoriale di cui era intrisa, con le sue luci ed ombre.  L’autore se, per un verso, conferma la sua approvazione per l’operato di Vittorio Amedeo di Savoia che regnò in Sicilia dal 1713 al 1720, iniziando alcune riforme di straordinaria importanza nel tentativo di portare l’isola fuori dalle condizioni di arretratezza e di lassismo in cui versava, dall’altro , mitiga la sua condanna all’operato del Regno dei Savoia, durante il processo di unificazione dell’Italia. La visione della conquista della Sicilia, magistralmente raccontata da Tommaso Romano nella sua opera Sicilia 1860 – 1870 – Una storia da riscrivere, Ed. ISSPE ( 2011), appare meno traumatica, sotto la spinta, probabilmente, di un rinnovato desiderio di conciliazione, maturato dall’ autore nel corso di questi ultimi anni.
Tommaso Romano si sofferma ad analizzare la Prima Guerra Mondiale che, aldilà di qualsiasi altra considerazione, fu un vero massacro in cui persero la vita migliaia di giovani, come mette ben in evidenza lo storico revisionista Oscar Sanguineti “ ( … ) A prostrare l’Occidente non è solo la scomparsa di milioni di giovani e di padri di famiglia non è solo l’immenso dispendio di risorse materiali, ma anche l’imprint profondo lasciato nella memoria, nel senso identitario, nelle strutture sociali, nonché, infine nel giudizio disincantato sui reggitori dei popoli che hanno mandato a morire legioni di uomini, imberbi e maturi, ricchi e poveri, fanatici e indifferentiper vantaggi concreti del tutto meschini ( … ) presto svaniti e spesso ottenibile per via diplomatica.
E’ chiaro l’appello che Tommaso Romano rivolge a tutti i reggitori dei popoli di evitare, in ogni modo, i conflitti e qualsiasi escalation di violenza; ciò non certo per buonismo a buon mercato!
Tutta l’astronave della narrazione, sia che tratti temi che intrecciano arte e religione o che presentino, più spiccatamente, un carattere storico -politico, procede con toni pacati che invitano alla riflessione il lettore che potrebbe anche non condividere in toto le sue dissertazioni. Poco importa! il valore di un libro non si giudica dal suo proselitismo, semmai da quante coscienze riesca ad indurre al dialogo aperto, condotto con i toni della libera espressione sul terreno di un sereno confronto.
 Ma, a mio avviso, ciò che aleggia e vagheggia sull’ intero libro, è lo sguardo appassionato di un uomo innamorato della sua città, della sua terra e della cultura che ha saputo esprimere, attraverso i suoi figli, il meglio di sé. Senza voler fare torto a nessuno, avere citato gli studi di Carmelo Fucarino o di Calogera Schirò e di Giulia Sommariva, o, ancora di Francesco Cangialosi, oppure, il costante contributo della famiglia Notabartolo, rende palese l’impegno civile di Tommaso Romano.
Il suo sguardo attento mitiga l’asprezza con cui noi siciliani, delusi per decenni da una gestione politica ed amministrativa assai carente, siamo propensi a svalutare ciò che ci appartiene di diritto: la nostra terra, il nostro mare, il nostro litorale.
Ecco allora che si fa avanti il nostro Autore che tende a gettare una nuova luce : “Basta allora con il nichilismo distruttore di coscienze, che annichilisce pure i giovani, li fa troppo politicamente corretti; basta con il pianto incapacitante, ( … ) Segnali, anche notevoli, di riconquista identitaria, di luoghi e di spazi, di momenti e di storia ci sono, negarli è negarci, ancora una volta, di esserci, per partito preso.

Infine, dopo la lettura di Miniature per l’Arca, mi rendo conto che l’indiscussa protagonista è ancora una volta la Bellezza.

giovedì 21 settembre 2017

Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Lucio Zinna

Intenso poemetto di Tommaso Romano, neo-umanista panormita di ampi interessi e vasta produzione, a cui si devono in particolare, a far data dal 1969, diverse e apprezzate opere di poesia. In questo singolare lavoro (davvero fuori cliché), edito in 99 copie numerate, il poeta canta il proprio risentimento, il disappunto, per lo svuotamento progressivo, costante, di valori e loro perennità, che affligge il nostro tempo, a causa di quello che chiama “il relativo”: «Tutto è relativo/ormai e tutto è il nulla annunciato/nel deserto dei cuori.»
   Dunque, nella realtà odierna, tutto è “relativo”, dice il poeta. Ma per converso nemmeno tutto è “assoluto”. A quel relativo da cui egli prende le giuste distanze non può essere ascritto, ad esempio,  il tutelabile diritto alla libertà di opinione, che può solo esplicarsi nel rifiuto di ogni dogmatismo. Il relativo stigmatizzato dal poeta è dunque riferibile a tutto quanto comporti il pervicace svuotamento di significato di ciò che rende salda e ancorata la nostra esistenza e la nostra civile convivenza, rese invece sempre più fragili da interessi che gavazzano, più che nel transeunte, nel frivolo e nel provvisorio.
   La riflessione che il poeta ci suggerisce e che deriviamo dalla lettura di questo prezioso libretto è che la nostra pseudo-civiltà viva una grande confusione, nella quale relativo e assoluto finiscono per confondere i loro ruoli, ossia relativizzando l’assoluto e assolutizzando il relativo. Tutto ciò non può avvenire se non a costo di gravi fraintendimenti, sconvolgimenti, negatività. Infatti,  assolutizzando il relativo  si creano idoli (anche nel senso di idola baconiani), si glorifica l’inautentico. A relativizzare l’assoluto si giunge a negare l’essenza a vantaggio dell’apparenza e fare della prima tutt’al più uno strumento da comodato d’uso o un belletto da bancarella.
   In tali fraintendimenti (fra i quali gl’innamoramenti incondizionati al proprio Dio al punto da considerare nemici da abbattere coloro che, appellati infedeli, manifestino fedeltà ad altro Dio), è stato coinvolto Cristo, considerato «profeta tra tanti /forse un po’ petulante», il quale rischia di essere «sfrattato» per un  minareto, osserva amaramente il poeta, il quale mira a ricondurre queste molteplici, contrastanti e fuorvianti dinamiche all’elementarità di un grande principio: quello del «volersi tutti amare».
   E perché possa realizzarsi un tale percorso, volge lo sguardo alla poesia. Una poesia – osserva – che non dimentichi che la bellezza senza amore è dimidiata e votata alla propria vanificazione. L’arte, si sa, è astrazione, ma ogni astrazione (ab traho) non può che muovere dal reale. L’arte è la bellezza che dal reale trae linfa, da esso si eleva, in esso si eterna.

   E come nel messaggio evangelico il nostro poeta trova l’impegnativo iter al Regno dei Cieli, così nella poesia trova accesso al «suo» Regno del Cieli, che dunque può cogliersi anche in terris,  con e nella quotidianità. E per avvalerci di una considerazione di Salvatore Lo Bue nella sua puntuale prefazione, diventa in tal modo possibile vincere il banale, superare quello che il poeta chiama «il deserto dei cuori». E verso la falsa poesia è rivolto un altro strale di questo icastico poemetto: quella che finge di dire e non dice, che si nutre di autocompiacimento senza altri obiettivi, la poesia giocata – come si sarebbe detto in altri tempi – sul “verso che suona e che non crea”. Non “crea” mondi nuovi, di nuova umanità, di sguardi verso orizzonti nuovi.

martedì 19 settembre 2017

Premio Francesco Carbone - Experimenta, Domenica 24 Settembre, alla Real Casina Borbonica di Caccia di Ficuzza



GIURIA DEL PREMIO

Vincenzo Viscardi - Presidente dell’Istituzione Francesco Carbone
Aldo Gerbino - Critico letterario e d’arte contemporanea
Francesco Marcello Scorsone - Presidente dell’Associazione Studio 71
Vinny Scorsone - Storico e critico d’arte


I PREMIATI

Liceo Artistico “Eustachio Catalano” - Liceo Artistico
Tiziana Viola Massa - pittrice
Museo Epicentro - di Nino Abbate
Tommaso Romano - poeta, editore, scrittore
Gonzalo Alvarez Garcia - critico d’arte e letterario
Annamaria Amitrano - antropologa
Giuseppe Giuffrida - industriale e operatore culturale
Mario Lo Coco - ceramista e scultore
Emanuele India - artista
Gaetano Ginex - architetto progettista
Ciro Spataro - politico e operatore culturale
Filippo Panseca - premio speciale Experimenta 2017, sperimetatore e innovatore  nell’ambito della ricerca nelle arti contemporanee


mercoledì 30 agosto 2017

Tommaso Romano, "Nel Mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Giuseppe La Russa

Chi conosce Tommaso Romano sa, ovviamente, della sua intensa attività, del suo profondo impegno come mediatore culturale nella vita di Palermo, capoluogo siciliano in cui egli vive e in cui ha fondato la sua casa–museo e fondazione Thule. Proprio a quest’ultima sede logistica viene da pensare nell’approcciarsi alla lettura del poemetto Nel mio Regno dei Cieli, edito nel 2017 con prefazione di Salvatore Lo Bue. Non si tratta di un accostamento semplicistico, perchè in fin dei conti è necessario un semplice dialogo, un pomeriggio trascorso in compagnia di Romano presso la fondazione, per capire quanto quel luogo rappresenti la personalità stessa dello scrittore, una stanza sita vicina al caotico centro di Palermo eppure così lontana da esso, immersa in una dimensione che profuma di atemporalità, di silenzio, di attesa. Chi scrive questo pezzo si è ritrovato spesso lì, a dialogare con Romano, a sfogliare dei volumi, a contemplare tutto ciò che adorna quel non-luogo e una delle cose più sorprendenti è come ogni oggetto vari spesso collocazione, nell’assunto, dichiarato da Romano stesso, di una continua ricerca della perfezione, ma nella consapevolezza che la perfezione non esiste: una questua perenne ed inesausta, dunque, che dalla vita convulsa di tutti i giorni si traduce anche nella quiete della fondazione. È lì che possiamo immaginare il pensatore, il poeta, il lettore, l’uomo Romano, orientato nel suo silenzio verso quella investigazione, verso quella ricerca di un senso, di un approdo, con lo sguardo verso il mondo esterno, teso all’ascolto del proprio «battito del cuore per poter percepire e raggiungere l’Origine», per usare le sue stesse parole.
Questa premessa, dunque, diviene funzionale per una interpretazione seria del poemetto Nel mio Regno dei Cieli, opera che consta appunto di silenzio, riflessione profonda e che, come Carmelo Fucarino bene analizza, «rappresenta l’urgenza di fermarsi e di cercare di dare un significato al proprio percorso umano, quotidiano e spirituale».
Gli occhi di Romano sul presente sono spietati, mettono a fuoco in maniera prorompente la deriva dei tempi, dove «solo chi sa produrre e frodare è», ha una vera essenza, può essere dentro il mondo; la constatazione forte è come la parola ‘Dio’ abbia assunto un significato relativo, che tutto sia relativo, che i cuori si siano fatti deserto, incapaci di far fiorire in sé la luce della Bellezza, della Verità, della libertà. Anche le parole sono abusate, anzi è la Parola che diventa insensata: questo concetto viene subito posto all’attenzione di chi legge, ad incipit del poemetto: e chi ha letto l’opera di Romano sa quanto per il poeta la parola sia essenza, manifestazione dell’Essere, quanto essa abbia «un valore fondante che non può essere disperso, soprattutto quando si tratta non della parola in quanto tale, ma in quanto esperienza forte di un linguaggio che è Verità».
La verità, inoltre: essa è un passaggio essenziale della ricerca di Tommaso Romano, verità che coincide con una vita autentica, con una riflessione capace di accompagnare lo sviluppo della vita stessa, che coincide con la bellezza, di cui l’arte può e deve farsi portatrice: ma adesso, constata amaramente il poeta, «tutti gli Dei sono giusti/tutti sono nella verità/perché tutto è verità/anzi nessuna verità,/in profondo». Viene meno proprio questa autenticità tanto ricercata, Cristo sembra essere stato sfrattato, chi segue veramente il messaggio evangelico è forse uno dei pochi “appestati”, uno degli ultimi baluardi, osservatore di come tutto stia crollando, «anche ciò che era l’umano».
In questo quadro desertificante, che risente certamente della lettura di Nietzsche, non dobbiamo però pensare ad un approdo nichilista e nullificante: lo sguardo è rivolto verso il nulla che si sta consumando, che si va plasmando agli occhi di chi osserva, ma non viene mai negata la presenza di Dio, della Bellezza, della Verità. Sono questi dei capisaldi che, nel demistificante presente, vengono messi da parte, ma da Romano continuamente rievocati, urlati, acclamati; il bisogno è proprio quello di un ritorno all’essenza, al silenzio operante, ad una vita fatta di verità e ad una verità fatta di vita. Cristo è continuamente cercato, così come ci ricorda un vecchio testo, Tutti parlano di vita, rivolto proprio al figlio dell’Uomo e in cui si possono leggere similari conclusioni: «Ti trovo e ti cerco/vicino e nella lontana attesa/in tanto smarrimento». Ma ciò che rimane è proprio il tacere, è il silenzio, si diceva: ecco perché quella premessa che immagina Romano all’interno delle stanze della fondazione ad osservare il deserto intorno, l’inferno dei viventi: «Che fare/, se non riconoscersi appena/fra liberi viandanti/sfruttati e senza diritti/se non il tacere/».
Che fare? Un’interrogazione rivolta a se stesso e a chi legge e ha la volontà di capire, di orientare il proprio sguardo ai bisogni estremi del proprio spirito, a chi ha capacità di resistere. Resistere è proprio l’ultimo invito, «forti soltanto di ciò che siamo e di ciò che noi sapremo essere ben oltre i vicoli ciechi», nella consapevolezza di uno sguardo che nonostante tutto rimane lucido, attento, che sa essere luce, perché, come Salvatore Lo Bue mette in evidenza, «la Parola non muta, la bellezza è luce è verità […] Ma occorre un riparo, uno spazio in cui la Luce possa essere custodita»: e il riferimento è proprio la casa-studio-sacrario di cui si diceva in apertura.

In quello spazio inviolato Romano fonda la sua prospettiva, descrive il suo silenzio, disegna la sua attesa, trae la luce che lo guida ancora nella ricerca, nella contemplazione, alla scoperta continua ed inesauribile di nuova Bellezza, al perpetuo desiderio del proprio regno.

venerdì 4 agosto 2017

Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei cieli" (Ed. All'insegna dell'Ippogrifo)

In nome del padre
Trenodia per i moderni o post-

 di Carmelo Fucarino

Nel corso della vita c’è sempre un momento in cui si sente la necessità e l’urgenza di fermarsi e cercare di dare un significato al proprio percorso umano, quotidiano e spirituale, riassumere i fili del nostro essere uomini dotati di intelletto. È l’esigenza di fare un giro di orizzonte, di guardarsi intorno per rilevare lo stato di essere, dopo tanti labirinti che si sono percorsi, strade intrecciate con bivi erculei che abbiamo dovuto scegliere.
E questo è avvenuto nel percorso culturale e umano di Tommaso Romano. Il giro di orizzonte in un hic et nunc che diviene la conclusione e la sintesi di tante, numerose, misteriose esperienze, volute e cercate, piovute casualmente attraverso imperscrutabili segni del destino, incontri letterari inattesi e imprevisti, conoscenze umane presentatesi senza ordine e preavviso.
Da questo straordinario e immaginifico passaggio di vita la riflessione e l’affabulazione si sono distese ed espresse nella poiesis, un “fare” che è diventato parola sublimata, sintesi allucinata e consolatoria, Verbo che ha cercato di agglutinarsi nell’essenziale della poesia.
Eppure tanta era la piena delle riflessioni, tale la ridondanza dei ricordi e delle certezze acquisite che non è stato sufficiente l’ambito ben “concluso” di una poesia, i pochi versi distillati di pathos e Idea. Un tempo, al suo nascere, dice la leggenda per opera di Jacopo da Lentini, il sonetto fu la poesia per antonomasia, due quartine e due terzine incatenate da rime. Si concesse breve spazio in più al sonetto caudato. Tutto l’altro era soltanto parola cantata nei balli di corte, dalla canzone allo strambotto, dalla pastorella alla laude. La musica e il ballo erano i protagonisti, la parola una traccia rappresentativa di narrazione. Il tutto canonizzato in strutture ben precise di danza e canto.
Poi per secoli si mantennero tali strutture fino al lampo di un verso, quell’abbagliante “Mi illumino di immenso”.
Ora Tommaso non ha trovato nei ritmi canonici uno spazio sufficiente per la sintesi di un attimo di vita. Come l’Ariosto dell’ottava che ebbe bisogno di più ottave per concedersi e concludere le sue fantasie che si gonfiavano a dismisura.
Perciò è tornato ad una forma alessandrina, a quell’epyllion, il piccolo poema epico, si dice invenzione di Callimaco, ma nato con lo pseudo-Esiodo e il suo Scudo, transitato in Sicilia con Teocrito e Mosco e passato a Roma con Catullo 64 ed Eurialo e Niso di Virgilio. Certo che erano altra cosa, ma l’input, la scelta “necessaria” era dettata dal dire, dall’esporre tutto, senza nulla omettere, più che in un semplice epigramma elegiaco.
E inoltre l’uso dell’epico esametro, il verso primo in assoluto dal sanscrito ad Omero e Virgilio. Con il suo ampio respiro, il suo ritmo variegatissimo che riempiva polmoni e mente.
Così Tommaso Romano ha organizzato lo sviluppo epico del suo canto, un dilungarsi nelle volute del pensiero, un accogliere tutti i riverberi e le modulazioni della proteiforme realtà. Perché in questo è consistita questa analisi del presente, la vivisezione di una realtà drammatica e angosciante, nella delusione e nel tradimento della Mente.
Nella diacronia dei messaggi e dei pensieri forti si parte dal filosofo-poeta, il più grande pensatore in assoluto, l’unico di tutti i tempi e luoghi, il mio adorato Platone. Dopo di lui tutto è stato ripetuto, talvolta in un vaniloquio, un affastellarsi di formule e schemi, complice e pianificatore l’Aristotele dell’ipse dixit. E si oscillò per secoli tra Idea e Reale, tra Pensiero e Materia, tra Soggetto e Oggetto. Nell’arida sequenza della prosa scientifica. In questa riflessione sull’esistenza esplode qualche appello diretto, penso a Emanuele Severino e alla «tecnica non ha vinto… ha vinto il denaro». Oppure alle «presunte classi / per la rivoluzione del popolo avvenire», quel comunismo tradito e prostituito ad uso di dittatori folli, vero oppio dei popoli. Oppure quello sprazzo, la fugace lieve toccata a Die fröhliche Wissenschaft (La gaia scienza) di Friedrich Nietzsche, «l’uomo è stato redento / da progresso veloce / da gaia scienza perfetta / che sentenzia», in quella ardua, dolorosa, disperante e disperata negazione di Dio, che «non solo non c’è mai stato / ma neppure ha dato e creato / men che meno nella Rivelazione / di sé». E qui mi fermo in quanto a richiami di fonti.
Tutto è nel titolo del poemetto, “Nel mio Regno dei Cieli”, un regno in cui risolvere tutti gli inganni e i tradimenti, un’ancora soteriologica che aspira a salvare se stessi e il Verbo di Cristo adulterato, mistificato, tradito da tutti, fedeli e cultori ed utilizzatori di seconda mano. E poi quell’incipit, nell’appello al «tempio profanato / dalla parola insensata», verso il limes estremo, il confine ultimo, un ipotetico hortus conclusus, il «flusso di pensiero veritativo / di spirito liberante».
E da qui mi sono ritrovato in un oceano turbinoso di être et néant, un nebbioso fantasma di realtà vituperata ed esecrata, la quotidianità presente e la sua immediata fulminea negazione, senza scampo alcuno. Dalla prima strofa il “lontano restare / e finalmente abiurare”, con la dirompente e dissacrante “dichiarazione mendace”, quella del primo fondante comandamento del “Buon Annunzio”: “amare il prossimo mio”. Dal Cristo della rivoluzione di amore al tropos di vita del filosofo greco, innominato, ma quale “filosofo e greco”, «per incensare le vostre miserie / le pseudoscienze delle vostre frustrazioni», etc.  E le odi alla luna e il crollo fragoroso e lo smarrimento dell’umano, e gli «oligarchi senza bandiera / peggio di tiranni», incapaci di fondare libertà anche dentro di se stessi. In questa desolante mistificazione si impone il relativismo imperante, «tutto è il nulla annunziato / nel deserto dei cuori», miseria ogni conquista per rapaci avvoltoi. E nel nulla del relativismo precipita anche Dio, «parola senza significato», fra tanti Dii ove «tutto è verità / anzi nessuna verità». E alla fine del terribile nulla, ove anche Cristo è venuto per nulla, sfrattato e strumentalizzato, «non conti nulla», «non mischiarti», in questa delirante ossessione di laicoagnosticoateo dell’ovvio perbenismo, tra l’indifferenza dei ministri di culto non credenti e chierici stanchi. È l’abiura e l’assenza dello “Spirito smarrito”, “apolidi e contaminati”. E ancora quel martellante “quanto mai” sull’esser civili, sull’equità del diritto, sulla felicità, “tutto falso /favola”, quelle di una volta, bambini «col giglio e marsina». L’appello a Platone sul “procreare”, «solo consegnare numeri / ai mercanti dello sfruttamento» nel provvisorio squallore del riuso impossibile. L’essere in quanto produttore e frodatore, il mondo dei pochi veri potenti, nella sconfitta della maggioranza roussoiana (il funesto equivoco della volontà dei più e volontà generale), volontà questa che “mai ha contato”. Si erge solo Faust, in una nuova “distinzione” e “selezione”, non di razze e colori, ma di presunta capacità / di sicura efficienza / di straordinaria destrezza», nuovi potenti «che odiano il genere umano / i piccoli e gl’indifesi». Il senso comune che è spento come una candela, neppure ridotta a fioca luce. E in questo massacro delle ideologie e delle speranze il ritorno all’eterno eraclitiano πάντα ῥεῖ (panta rei), il mondo che continua, il flusso che non si ferma, neppure un ingranaggio, le lacrime da coccodrillo, la promessa mantenuta di spoglie cremate, l’inutile pianto di foscoliana memoria, quello che ci farebbe vivere in eterno. Anche gli eremi sono snaturati in una visita per turisti a gettone, ove non conta più pregare o flagellarsi, testimoniare in numeri la fede, non conta il «testimone isolato /cantore di Verità», perché «la verità non esiste… l’apocalisse è soltanto un testo letterario». E come potremmo noi vivere senza colui che è la Parola, la Verità, la Vita? Nell’estrema e completa negazione l’esigenza di tesaurizzare, non sprecare il tempo a pensare, non favoleggiare sul futuro, si sta lavorando per allungarlo. Per render ancor più drammatica questa speranza di eternità l’ironia, corrosiva e irridente sui tecnici del corpo che manipolano e promettono secoli di eternità. Perciò «lavora / produci di più», non esiste stanchezza in una età media in aumento nell’alveare assegnato. In questa società di sovrani senza scettri e corone, “in tanta bassezza, dolore profondo e sorriso di bimbi abbandono di vecchi “inservibili”, nulla scuote il torpore del mondo. Non poteva esserci una trenodia più raccapricciante del nostro vivere. Il nulla assoluto in cui nulla si salva di questo pazzo correre verso il nulla.
E allora? Il terribile, angoscioso, problematico “che fare?”. Non quello pragmatico di Lenin a Stoccarda (Что делать?, Čto delat', 1901-1902), nella ripresa allusiva del romanzo di Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, scritto nella prigionia della fortezza di Pietro e Paolo tra il 1862-63. Un “che fare” profondo, esistenziale, da crepuscolo degli dei e fine del mondo. La tragicità delle conclusioni sta già in quel fermo riconoscimento di essere «fra liberi viandanti / sfruttati e senza diritti». Con una sola via di uscita, desolante e priva di ardire davanti ai venditori di fumo: “il tacere” davanti agli spacciatori di false monete e di nichilistiche intese per «darsi da sé un minuscolo senso / che consenta a sopravvivere / finché possibile», il dantesco «non ragioniam di loro, ma guarda e passa». Ma è possibile ridurre questo effimero passaggio sulla terra a una semplice questione di “sopravvivenza”? Meglio non esistere o finirla ad età di ragione, se non si può incidere su questo scorrere inconsulto con la Parola.
Perciò il bergsoniano élan vital, lo stimolo della vita (bios parente di bia, “forza” e “violenza”) a “resistere”, verbo possente che richiama inconsapevolmente una fase storica e un essere stati italiani in quella lotta di liberazione dai nazisti. Oltre alla residua consentita sopportazione e senza illusioni, «forti soltanto / di ciò che siamo / e di ciò che noi sapremo essere / ben oltre, / i vicoli ciechi».
Non poteva esserci epigrafe più forte e liberatoria in questo deserto di sentimenti e di Idee, in cui una voce proclama la sua Verità, voce che grida nel deserto. Sulla trenodia, sul necrologio dell’essere, si erge l’uomo che oppone il petto contro le tormente dell’esistenza.
Questo ho potuto e voluto riassumere nel breve e scattante spazio di un file.

venerdì 23 giugno 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Marcello Falletti di Villafalletto

Il fecondo e competente Autore nella Premessa, puntualizza come scrivere e pubblicare “un libro come questo è sempre un rischio e un azzardo” e più avanti, evidenziandone lo scopo, aggiunge: «L’obiettivo del testo è indicare ciò che è considerato inattuale e scorretto rispetto ai tempi che viviamo, propriamente per sottolineare la sempre permanente concezione di Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, intesi come segno e consapevolezza di Stile, per una risvegliata coscienza d’affinamento e qualificazione del soggetto, di Distinzione appunto, rispetto a tutto ciò che è, invece, conforme, standardizzato, massificato nel singolo e nel processo abbrutente informe come drammaticamente avviene nella società del nostro tempo». Dobbiamo riconoscere quanto non abbia torto e, allo stesso tempo, sappia cogliere quasi tutti gli aspetti antropologici e sociologici che osserviamo ogni giorno, rispetto ad una società che idealizza e strumentalizza sempre di più valori e concetti che, continuano invece ad adagiarla, per non dire a seppellirla, in una forma di narcotizzazione totale e generale.  
Sono cambiati i tempi o gli uomini? Verrebbe da chiedersi! La modesta conclusione sarebbe quella di affermare umilmente: tutti e due! Eppure pare strano e controverso come l’uomo moderno, quello del secolo Ventunesimo, che dimostra di aver raggiunto vette inspiegabili, abbia modificato profondamente il senso di giudizio, quello obiettivo di considerare ancora ciò che è valore, quello che è merito e quanto possa esistere di negativo dentro se stesso e nei confronti degli altri. Sembrerebbe che i parametri di giudizio e di raffronto siano scomparsi; annullati in un qualunquismo che viene paventato per uguaglianza che non si avvicina per niente al senso di fratellanza e dove tutto dovrebbe essere posto sopra una bilancia che pende inesorabilmente da una parte e verso l’altra senza alcuna ragione, senza nessuna motivazione o ponderazione interiore. Verrebbe da pensare che l’uomo in generale sia sottoposto ad una narcotizzazione costante che lo rende sopito, adagiato e demotivato a risvegliarsi da un sonno che, a lungo andare, potrebbe annientarlo.
Scrive Publio Ovidio Nasone – (43 a. C. -18ca d. C.) – poeta latino, letterato di successo nato a Sulmona (AQ): «Laudamus veteres, sed nostris utimur annis, / Mos tamen est aeque dignus uterque coli», lodiamo pure gli uomini del passato, ma viviamo ugualmente la vita dei nostri giorni; tanto i costumi antichi come quelli moderni sono ugualmente degni di rispetto ma non dobbiamo però dimenticarci degli insegnamenti che da questi ci provengono. In mezzo a tanti ammaestramenti avremmo bisogno di riscoprirne non solamente il valore ma anche saperne e discernere il reale merito, che il più delle volte sfugge, lasciando spazio sì a quelli nuovi ma se sappiamo crearne alcuni attuali, dovremmo rivalutare anche quelli trasmessici da un passato che invece cerchiamo di abbandonare come non fosse mai esistito o, peggio ancora, facendo del revisionismo inutile, che talvolta sembra più ispirato da preconcetti, demagogie o per paura di sembrare obsoleti. Il nostro stimato Autore si è posto sicuramente non soltanto questi interrogativi e li ha sviscerati, presentandoli con una chiarezza disarmante e, allo stesso tempo, cogliendone quegli aspetti che si vorrebbero far passare per superati; per non dire da cancellare dalla mente dell’uomo razionale e pensante.
Se “la dignità è di tutti e per tutti”, prosegue Tommaso Romano, dobbiamo inequivocabilmente «Tornare all’equilibrio e all’equità vera, alla sostanzialità del linguaggio, come ha insegnato Attilio Mordini, sono fonti necessarie per ristabilire e ridare qualità e organicità al corpo sociale, rivalutando, vivificandole, le naturali gerarchie dalla dimensione asfittica che viviamo, piuttosto che isterilire del tutto, in una prospettiva virtuosa di miglioramento, realmente aperta, facendoci uscire, se solo lo si decidesse, dall’uniforme e non divenendo pedine forse inconsapevoli, strumenti di “élite” oligarchiche e dirigiste che impongono e orientano gusti, opinioni, costumi, mode, oltre che l’economia, la politica e lo stesso diritto, in nome di una astratta e falsa libertà». Ci trova totalmente d’accordo, il carissimo Tommaso, senza essere eccessivamente retorici e tantomeno pedanti.
Il volume corposamente sostanziato nella parte del Florilegio, trova culmine e riscontro nel Saggio di Amadeo-Martin Rey y Cabieses. Avvalendosi della elevata forma stilistica ed espressiva che, da sempre, contraddistingue il nostro Autore siciliano, si completa nella elegante e suggestiva veste editoriale, in parte in bianco e nero, nell’altra a colori, dove fra diversi Enti e Associazioni che hanno concesso il Patrocinio Morale, figura anche il simbolo della nostra antica Accademia Collegio e un mio breve pensiero sull’argomento.

Vogliamo rassicurare il carissimo amico Tommaso Romano che il paventato rischio non solamente ha fatto perdere efficacia all’azzardo paventato, ma ha abbattuto tutti quegli assurdi preconcetti che, riuscendo a essere camuffati da attualità, rendono l’uomo dei nostri tempi sempre più schiavo di se stesso e di quel voler essere diverso, scadendo invece in qualunquismo che sembrerebbe più deleterio che produttore di progresso e cultura. Quindi, per terminare con parole semplici: ottimo lavoro! Ci auguriamo, ora, che possa contribuire a rifare l’uomo dei nostri tempi.

lunedì 19 giugno 2017

Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Giuseppe Bagnasco

Ed ecco trovarci ancora a leggere i pensieri di quell’Anacoreta occulto che ormai con animo ascetico guarda il disfacimento della società da quel luogo che nato come Eremo è diventato il suo Regno dei Cieli . Il poemetto, edizione all’Insegna dell’Ippogrifo, San Cipirello 2017, dopo l’ecclesiale introduzione di Salvatore Lo Bue, si apre al lettore d’impeto, nemmeno il tempo di una iniziale intitolazione, come verosimilmente accaduto, sgorgando quasi di getto dalle inesauribili vene filosofiche e pseudo razionali di quel Sovrano che risponde al nome di Tommaso Romano.
       L’Autore, districandosi tra i ricordi del Tempo dorato che fu e le odierne-antiche strade di Montevergini e Albergheria fino a quelle di Borgo e Serradifalco, finisce per  rifugiarsi quasi come un clandestino nel suo “Tempio” da dove, con volitiva e sofferta insularità, medita e dispensa con sorniona ironia, il suo dettato chiedendosi verso chi possa essere indirizzato quel flusso di pensiero veritativo che scaturisce imperterrito dal suo spirito liberante. E ironicamente, passo-passo esamina tutti i fallimenti registrati dal nostro Occidente nell’arco di duemila anni, siano essi appartenenti al dettato cristiano, a cominciare da quell’ Ama il prossimo tuo, a finire a quello laico-sociale dove le rivoluzioni storiche che dovevano affrancare l’uomo, sono alla fine approdate di fatto nelle mani di oligarchi senza bandiera i quali, incapaci di meritare onori ma pronti a chiedere miserie civettuole ,  servendosi di ipocrite parole quali democrazia e libertà, hanno dato spazio solo all’unico vero dio, il vero sovrano: il Denaro.
   Il Nostro, dentro il suo Regno dei Cieli, dove il plurale sta ad indicare tutte le sfaccettature del suo poliedrico pensiero, circondato e confortato laicamente da infinite rappresentazioni d’arte esistenti nel suo Regno-Museo, segno inequivocabile di distinzione, e dove comunque non fa difetto una Cappella di meditazione, curata con religiosa devozione, ecco dunque l’Anacoreta occulto trarre le sue amare  considerazioni conclusive ma non esaustive come un greco-filosofo  di  stampo platonico-hegeliano con cui l’Ammiraglio dalla sua Torre si identifica.
   Tra le tante osservazioni che il poemetto dispensa, Tommaso Romano sofferma il suo sguardo sulla relatività della cultura dell’Occidente cristiano chiedendosi cosa oggi ci consegna non il progresso, encomiabile nella misura del suo apporto all’umanità, ma il progressismo che avanza senza un limes. Un limes che apre le porte dell’Europa cristiana ai “barbari”che premono ai suoi confini. Assistiamo, giusto per richiamare un dato storico, alla seconda caduta dell’Impero Romano d’Occidente, solo che qui si tratta di tutto l’Occidente cristiano. Ed è in questa falla aperta che si infiltra l’ateismo e cerca di prendere piede l’Islamismo. Questa volta non un’invasione dal confine Reno-Danubiano ma dall’Africa islamica.
    Ne viene fuori un deserto abitato da avvoltoi senza Dio  dove il Verbo di Cristo si è sprecato senza che nemmeno fosse ascoltato, quasi una scelta obbligata  tra la Verità e il Vuoto. Un mondo dove oggi la parola civiltà  risuona  vuota e dove la primigenia “polis” si è smarrita nei bui vicoli ciechi al cui confronto i maltrattati “secoli bui” appaiono rifulgere di luce propria.  Unico appiglio per i pochi liberi viandanti l’avere tra i propri  il valore della distinzione. Una macchia oggi imperdonabile bollata dai massimalisti come eresia rispetto l’Egalitè o quell’egualitarismo strisciante, quello certamente eretico per il nichilismo che intrinsecamente racchiude, apportatore di un vento tanto subdolo quanto proditorio. Un vento che ha spento tutte le candele della saggezza, compresa quella della coscienza individuale fagocitata in quella  collettiva che il Durkheim fa nascere da una socializzazione meccanica e che perfino identificata con Dio. Si salva solo una candela. Ed è quella che il “sofologo” Romano mette, a ben proposito, sulla copertina del suo poemetto, opera dell’olandese Gerrit Dou, e posta emblematicamente tra una clessidra e un mappamondo (il tempo che passa e il mondo che scorre) a far luce su un libro che un anonimo astronomo consulta.
   E’ la rappresentazione plastica dello studio di un volume, probabilmente un testo sui “massimi sistemi” di Galileo, visto che il dipinto data 23 anni dopo la morte del grande artista-astronomo. E non sfugge al riguardo il fatto che l’eminente scienziato, davanti ai giudici del Tribunale della Santa Inquisizione, dovette abiurare i suoi studi sull’eliocentrismo, subendo  a distanza di 350 anni una parziale riparazione ad opera del papa polacco Giovanni Paolo II che annullerà formalmente il vergognoso processo visto che anche  il suo connazionale Copernico  circa un secolo prima del Galilei aveva formulato la medesima teoria. Ed è proprio la semiotica di quella candela, che in metafora esprime la luce della conoscenza, a dare  un secolo dopo il nome a quel movimento politico, sociale e filosofico a cui fu dato il nome di Illuminismo e al Settecento il Secolo dei lumi. Si può ascrivere a quel periodo il tempo in cui Cristo fu sfrattato dai Suoi altari. Sfratto ancora continuato fino ad oggi dai topi infetti, come li chiama l’Autore, che si adoperano per svuotare il significato del Suo Verbo presentandosi quali sedicenti rivelatori di verità occultate.
   Di fronte a tanta desolazione, il Cantore di Verità si ritrae in un silenzio ascetico consapevole che il tacere è la sola composta difesa da opporre.  Ma non l’ultima, giacchè di conserva c’è ancora un verbo da materializzare: resistere. Resistere quindi con paziente sopportazione forti soltanto di ciò che siamo e di ciò che noi sapremo essere e questo  per sopravvivere finchè possibile.
   Leggendo Nel mio Regno dei Cieli  non c’è bisogno di orpelli agiografici per identificarsi in questi pensieri veritativi. Questa del poeta-filosofo Tommaso Romano, signore del “ Muffoletto del Beato”, non è solo un’accorata denuncia ma una sorta di “grido di dolore” di sabauda memoria, che si leva contro l’eretica secolarizzazione della società e nella fattispecie contro quella TV- spazzatura, che penetra serpeggiando dentro la sacralità delle famiglie per apportarvi la cultura quantizzata del non-essere e del nulla. Egli pertanto si rivolge ai pochi appestati dalla fedeltà sempiterna perché si difendano dai coccodrilli ipocriti che coniano falsi concetti manipolando uomini a cui propinano favole sul nuovo concetto di felicità. Felicità raggiungibile con l’alienazione dell’anima e la vendita del corpo, per uomini che, secondo il Lo Bue, “ sono perduti senza perdizione nel vuoto regno del niente”.  Un niente, aggiungiamo noi, fatto di promesse non mantenute, di sogni ceduti all’oscuro viatico del materialismo, di momenti di vita sorretta da errori per compiacere l’Io adulatore, di pentimenti tardivi e mai veri. Un niente dove regna solo il silenzio fatto di nulla. Un vuoto assoluto senza luce né suoni e per i quali, aggiunge Romano, il Dio non solo non c’è mai stato ma neppure ha dato e creato.
    Il poemetto di appena 99 copie numerate, fatta salva la presentazione, si compone di dodici pagine, giusto dodici come il numero dei discepoli di Gesù, e si presenta a verso volutamente libero per consentirne la particolare struttura di rottura di ogni schema prefissato la cui articolazione appare come scomposta ma organicamente unitaria. Esso non contiene massime, non addita un codice comportamentale, né alcunché che possa richiamare il “Discorso della Montagna” con intenti etico-educativi, ma afferma negando, giacchè la negazione è l’affermazione dell’esistenza. In fondo è un elogio alla meditazione e un tentativo per svegliare gli animi, per riflettere come invertire una cultura di vita oggi quantizzata . Sostituire pertanto alla “massa” del corpo la ricerca dello spirito attraverso un viaggio interiorizzato alla riscoperta dell’anima, di quell’anima che è un credo di principi si da guidare il suo ritorno all’uomo. Solo così  l’uomo-individuo può impossessarsi nuovamente di sé stesso con una ritrovata coscienza che lo conduca verso una seconda via che lo allontani dal baratro del progressismo esasperato che con sempre nuove invenzioni vuole liberare l’uomo dalla sua natura e sostituirsi al Creatore. Negli intendimenti di Tommaso Romano, nello specifico dissacratore-costruttore, si può pertanto cogliere una speranza , quella speranza, mai tardiva e inutile, di restituire la parola all’uomo “meccanico” e all’intera famiglia del mondo cristiano attraverso il pensiero veritativo  della parola di un Maetre à penser, quale è Romano, che a buon diritto si annovera tra gli  umili servitori della Verità.         

martedì 6 giugno 2017

Prefazione di Salvatore Lo Bue al Volume di Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'insegna dell'Ippogrifo)

di  Salvatore Lo Bue

No, non è la terra desolata la terra del poemetto di Tommaso Romano. Aprile, in essa, non è il più crudele dei mesi, nessuno gioca a carte col destino né la morte trascorre vittoriosa tra i versi e le vite. Nessun Phlebas ha posto in questi incruenti, vuoti, adiposi giorni del primo decennio del nuovo millennio: il nulla si è riassorbito, non pretende una più o meno evidente origine: è, semplicemente, diventato niente, un niente da cui niente è e niente deve diventare.
Siamo diventati gli uomini vuoti, gli uomini impagliati cantati da Eliot, quelli “che poggiano l’un l’altro/ la testa piena di paglia”: tutte figure “senza forma”, tutti ombre “senza colore”, paralizzati dalla energia mai spesa, nei gesti privi di movimento.   
Gli uomini che non hanno occhi, che si svegliano soli, vivi “nell’altro regno della morte” che è l’anima senza sangue e il corpo senza spirito, perduti senza perdizione nel vuoto regno del niente.
E niente accade se non la vuota negazione in questa terra ormai più neanche desolata, perché anche la desolazione l’ha lasciata, e la tentazione stessa si è ritratta perché neanche degni di essere tentati sono gli uomini impagliati. Perché sempre “Tra l’idea/ e la realtà/ tra il gesto/ e l’atto/ cade l’Ombra. Tra la concezione/ e la creazione/ tra l’emozione/ e la responsione/ cade l’Ombra. Tra il desiderio/ e lo spasmo/ tra la potenza/ e l’esistenza/ tra l’essenza e la discendenza/ cade l’Ombra.”
Tommaso Romano punta il suo sguardo radicalmente nostalgico su questo nostro mondo nientificato. La sua nost-algìa è dolore del ritorno, rimpianto più che disincanto, desiderio di fuga più che viaggio. Il poeta sa, e ne rivela il dramma insipiente, che “è questo il modo in cui il mondo finisce/ non con uno schianto ma con un piagnisteo”, ma il piagnisteo evita, con una visione concreta, minimale, visibile del suo disagio originario. Orami il tempo è passato, a grandi passi si annuncia il tramonto e tutto si stempera nella piena consapevolezza della cenere che il tempo ha deposto, ma nella umiltà del poeta è compresa la sua fragile ma mai arresa denuncia dell’ideale perduto.

“Ora che il tempo
ti ha distaccato
da tutto
guardi e vivi quasi
da greco filosofo”
così fra strade
antiche e nuove
Montevergini, Albergheria,
Borgo e Serradifalco.
Ma quale greco e quale filosofo
volete che sia,
utile a voi, forse,
per incensare le vostre miserie
le pseudoscienze delle vostre frustrazioni
la “poesia” del vostro smarrimento
dell’incapacità a essere
se non la pagina in cui desiderate
onori immeritati
pagine di comparaggio
di miserie civettuole
sterco del maligno
che chiamate errore
e che amate trastullare
come un orpello bello
per la vostra miseria
infinita.
Sì, ha vinto il banale, “tutto ciò che ci incatena” prima dell’orizzonte, la speranze del mutamento, perché non è facile fondare “dentro di sé/ prima che in altri/ la libertà”. Ha perduto il cuore dell’uomo nell’universo mercificato, che contrabbanda democrazia e acquista tirannia, che ha rifiutato la tecnica, perché “tutto è relativo ormai/ e tutto è nulla annunciato/ nel deserto dei cuori”: Dio stesso è stato frantumato come l'antico Dioniso dalla specie titanica, perché sono tornati gli antichi Titani, i Giganti della montagna, i segreti Dominatori di una terra che hanno preteso senza vita e senza poesia. E che per primo hanno fatto fuori, perché unico ostacolo ai disegni del Male, il Salvatore, il Cristo dell’Amore, il Logos del principio, con la complicità dei mortali che adorano solo il denaro.

O Cristo,
sei venuto per nulla
profeta fra tanti
forse un po’ petulante
nella adagiata livellata consuetudine altrui.
O Cristo,
non t’immischiare
finché non ti sfrattano del tutto
per un minareto
o un teatro delle beffe
o un comizio
o per far prosperare topi infetti.
T’hanno sfrattato, infatti,
caro il mio Signore,
non conti nulla
- e forse è bene così -
non mischiarti
e lascia a pochi
e il sangue e il corpo,
pochi appestati
fedeli al sempre.

Così prende nuovo vigore, nel poemetto di Tommaso Romano, la profezia terribile della Leggenda del grande inquisitore di Fedor Dostoewskji. Se intollerabile è il peso della libertà (e Cristo è la Libertà) allora è necessario deporre il Messia ai piedi degli altari falsi e bugiardi, affidarlo alle cure di tutte le chiese perché possa essere anestetizzato, ridotto, umiliato, nuovamente deriso. Perché, in fondo, “Dio/ non solo non c’è mai stato/ ma neppure ha dato e creato/ men che meno nella rivoluzione/ di sé”; e nella trasmissione delle età, che cosa sono quelle antiche storie di salvezza se non “favole imbelli/ per bimbi di una volta/ con giglio e marsina”? E ogni pensiero libero è eresia, ogni libertà un oltraggio nella terra non più desolata abitata dal niente, perduta l’anima, dimenticata la legge, oltraggiato il cuore. Hanno vinto i Giganti della montagna, ha vinto il potere illuminista, l’idea di progresso ha perduto la strada dell’ideale, ha dimenticato il nome del cielo. Dai pontefici “nuovissimi” ai “nuovi potenti che odiano il genere umano” così sottilmente parlando per suo favore ma in verità spegnendo con cura la luce di ogni anima viva che resiste ma che prima o poi si spegnerà, tutto si perde, tutto diventa inutile, vacuo, disperante, mortale. Quale mondo ci attende ora che tutto come sempre continua, ora che niente si ferma e precipita nell’abisso orrendo dell’oblio? Perché niente vale, non c’è più futuro e niente vale la pena.

Non vale pena alcuna
la testimonianza
non si quantizza, non rende
strano il testimone isolato
cantore di Verità,
ma la verità non esiste
quando lo capirai veramente, siamo seri,
l’apocalisse è soltanto un testo letterario
pensa piuttosto a tesaurizzare
il resto si vedrà
se vuoi non perdere
il preziosissimo tempo passato a pensare,
dopo vedremo
non si può
favoleggiare
il futuro
dato che forse la morte
presto s’annullerà,
stiamo alacremente lavorando al fine
tutto s’allunga
non si sa per qual fato,
intanto, lavorare
per l’ingranaggio infallibile
non pensarti mai
lavora
produci sempre più,
la stanchezza non esiste
se non per gli eletti
gli unti del dio terreno massimo,

In questo mondo dominato dalla assenza del Logos e dalla potenza di una vuota Comunicazione che niente comunica e tutto decide e impone che cosa resta allora? Morire? Arrendersi? Resistere? Illudersi? Credere? Fuggire? La terra degli uomini vuoti è potente perché niente più della vuotezza concede spazi al Male. Ma al poeta che resta?
La Parola non muta, la bellezza è luce e verità. L’anima del poeta è già salva fin dal principio. Ma occorre un riparo, uno spazio in cui la Luce possa essere custodita, in cui la Vita appaia nello stesso tempo ma in tutti i tempi diversi che la con pongono.  
Occorre una stanza del cuore, che sappia reagire all’oltraggio di una società senza scopo, alla invidia degli uomini vuoti, dove attingere l’olio che alimenti la lampada del cuore, dove essere e ritrovarsi intatto come in principio, come quando la sorgente ha cominciato a scorrere e l’acqua della nostra anima era pura, trasparente, appena battezzata dalla speranza. Perché la salvezza è anche un luogo e il regno dei cieli possiamo costruircelo sulla terra, se racconta delle stelle fisse di tutta una vita, delle irrinunciabili essenze che governano ogni bene e la felicità.
Tommaso Romano ha costruito la Casa della Poesia, il suo piccolo regno dei cieli nella sua casa-studio-sacrario di Palermo.
Egli, il Des Esseintes senza disperazione e senza turbamento, traducendo perfettamente senza deviazioni ideologiche la poetica decadente, a saputo trasformare in poesia la sua vita, in arte il suo tempo, in casa la sua anima. Entrando nel tempio sacro della sua unicità, ha reso unico il suo transeunte presente in un presente senza tempo che sintetizza la storia come memoria esperita e mai perduta, che si rinnova in oggi oggetto, quadro, disegno, pittura, scultura che accorcia i tempi e sfiora l’eterno. Il miracolo di questa casa che è il regno dei cieli che ha saputo creare sulla terra d’esordio e d’attesa della sua vita è lo stesso miracolo di questo poemetto che sintetizza, come fosse già scritto da tempo e ora emerso, la storia di un’anima.
Non sono piccole cose, di certo non di pessimo gusto. Non vive Gozzano in questo spazio ideale, platonico, della casa del poeta. Vive l’Idea. Che l’Arte sia più della vita, oltre la vita, prima della vita, come l’Idea nella pianura della verità è eternamente “prima” della cosa in cui si incarna. Che la poesia possa essere una costruzione di memorie non solo trascritte su foglio, ma raccolte sulla strada del mondo, sul cammino a volte doloroso della memoria. Si, il tempo si è fermato dove ha preso dimora la Memoria. E presto il Viandante-Poesia la raggiungerà e abiteranno per sempre insieme, nella stanza miracolosa.
Qui, nel regno dei cieli di Tommaso Romano, “l’esilio delle cose ha una Patria, l'eletto spazio sacro perdona tutto ma non il banale. Qui il mondo si perde, gli uomini restano, per Dio è disposto un altare. Se la sua casa è il Tempio di Tommaso Romano, egli ne è l’altare maggiore, la luce del cero pasquale che non si spegne.
La casa del poeta, il suo regno dei cieli, è l’Unico composto, l’organismo della memoria e della vita vivente nei frammenti raccolti: oggetti-frammenti, kairòi pindarici, elementi di quell’intero dissipante che è il trascorrere delle acque del tempo qui fermate per sempre.
Ma tutto passa.
Ahi, misera passasti.
Nerina è la Vita. Il soffio. Il divenire travolgente. E come un sogno fu la tua vita... E come un sogno è la nostra vita. Così, alla fine il Grido... “Non bruciate le carte,/ non bruciate questo mosaico,/ non smembratelo,/ non disperdetelo/ è amato come perfezione possibile/ s’accresce come Graal d’anima mia/ ... Pietoso grido di chi sa che ha un destino di morte... Ma che di chi non sa che il regno dei cieli non muore mai. E il tuo regno dei cieli lo hai reso eterno, Tommaso, mio amico, in questa invocazione mistica, di cui “resteranno le parole”, perché questo “poemetto d’Ottobre, inattuale” è una al vento, al Vento che dove vuole spira, e ogni cosa che tocca eterna.