venerdì 3 febbraio 2017

In ricordo del Maestro Antonino Buttitta

 Vito Mauro, Maria Patrizia Allotta, e Ignazio Romano e la Fondazione Thule Cultura ricordano il Maestro Antonino Buttitta e la sua vicinanza con Tommaso Romano e con tutti noi suoi amici. Pubblichiamo la prefazione che egli volle dedicare al libro Continuum a cura di Vito Mauro (Ed. CO.S.MOS)  nel 2015 che è una pagina tersa di amicizia e di stima per l’attività e l’opera di Tommaso Romano. 






Occorre un serio sforzo intellettuale per intendere con esatta misura la figura e l’opera di Tommaso Romano. È necessario liberarsi dalle obsolete schematizzazioni e dai pietrificati luoghi comuni che quanto meno da circa due secoli inquinano le idee po­litiche e letterarie del nostro Paese, insieme alla distorta valutazione delle sue vicende storiche e intellettuali.
Innanzitutto l’abitudine di attribuire valore negativo o positivo a quanto diciamo conservatore o progressista e conseguentemente di destra o di sinistra. Un’idea questa che ritenuta dato scontato porta in genere a esiti discutibili. Vedi la valutazione sui ri­sultati del comuniSmo oppure la valutazione negativa del Gattopardo da parte di un in­tellettuale, per vero non superficiale, quale Elio Vittorini. Restiamo in letteratura. Ho conosciuto molto da vicino Tomasi di Lampedusa. Era, come si direbbe, un evidente esemplare di monarchico di destra, diremmo molto reazionario. Basti pensare che come era il costume della nostra aristocrazia, quando decise di adottare Gioacchino, chiese l’approvazione di Umberto già in esilio.
Se essere di destra è di per se connotato anzi denotato, negativo per l’aspetto ar­tistico, qualcuno dovrebbe spiegarci non solo il valore artistico del romanzo di Lam­pedusa, ma anche delle opere di molti autori, a cominciare da Manzoni per arrivare attraverso Pirandello a quello che dal più grande critico letterario dei nostri tempi, George Steiner, è stato definito un vertice assoluto della letteratura italiana cioè il Satta del Giorno del giudizio.
La verità è che la qualità di uno scrittore ha, volente o nolente, sempre a che fare con la sua appartenenza politica, ma questo non è automaticamente un fatto negativo o positivo, come non lo è l’essere di destra o di sinistra, considerato che positività e ne­gatività di qualunque fatto non sono dati oggettivi ma percezioni dovute al nostro po­sizionamento ideologico, che non dovrebbe, anche se spesso è così, condizionare i nostri giudizi tanto artistici quanto politici.
In ogni caso per non immettersi in vicoli ciechi istupidenti tanto in politica quanto in letteratura, non bisogna mai dimenticare che la cultura in tutti i suoi ambiti non è un fatto che è ma che diviene: dunque qualunque scelta come qualsiasi valutazione è sem­pre soggetta a mutamento, se non a livello profondo quanto meno a livello della mani­festazione, quello rispetto al quale noi formuliamo i nostri giudizi. Ovviamente questo non deve portarci a accettare passivamente qualunque cambiamento. Tanto in politica quanto nelle arti, la coerenza tanto ideologica quanto stilistica resta sicuramente un va­lore. Il costume tipicamente italiano di cambiare dall’oggi al domani scelte politiche e estetiche non deve essere giudicato un fatto di per sé positivo in assenza di persuasive motivazioni.
Sgombrato il campo da schemi e luoghi comuni, possiamo con serena misura critica parlare dell’opera di Tommaso Romano. Innanzitutto la forma, in genere in casi come questo trascurata dai critici. Leonardo Sciascia mi diceva che gli scrittori siciliani me­glio di altri si segnalano per il loro italiano esemplare. La ragione, egli diceva, è perché pensano in siciliano e scrivono in italiano attraversando il filtro della grammatica ita­liana. Era questo il suo caso. Pensava e parlava in siciliano, come molti di noi, ma il suo italiano era un esempio raro di elegante scrittura. È il caso anche di Romano la cui lim­pida lingua si impone per una espressività che dire scorrevole non rende ragione della armonia stilistica tanto della sua prosa quanto della sua poesia, ed è singolare che la molteplicità dei suoi interessi e la varietà dei temi trattati si esprimano attraverso un les­sico e una sintassi sempre coerenti.
La coerenza! Quanto marca in maniera riconoscibile il discorso intellettuale di Tommaso Romano è appunto la continuità, per altro non iterativa, cioè l’assenza di fratture o salti tanto nello stile espressivo quanto nella scelta dei contenuti tematici e ideologici. Diceva Cocchiara che i libri non si scrivono mai da soli e Todorov re­centemente ha affermato che noi senza rendercene conto siamo sempre anche gli altri. È un fatto che ha una prova eclatante in tutta l’attività di Romano, sia nei comporta­menti come negli scritti. Egli appartiene infatti a una tradizione intellettuale tra le più connotanti la storia culturale della nostra Isola. Si suole dire che la cultura sici­liana si segnala nel settore artistico (da Antonello a Guttuso) e in quello letterario (da Verga a Sciascia). Stranamente si dimentica o si vuole dimenticare una tradizione speculativa che senza bisogno di richiamare Gorgia e Empedocle, ha avuto in tempi molto più recenti, figure illustri: da Cosmo Guastella (1954-1922) a Giovanni Gentile (1871-1944), ai quali, per capire la tradizione culturale alla quale appartiene Romano, bisogna almeno aggiungere Francesco Mazziota (1859-1927), Pietro Mignosi (1895- 1937), Michele Federico Sciacca (1908-1975), Julius Evola (1899-1974), Carmelo Ottaviano (1906-1980), Giuseppe Tricoli (1932-1995), tutti studiosi ricordati tra i molti altri nell’utile volume dello stesso Romano Antimoderni e critici della moder­nità (2012).
Di fatto Romano si può considerare il più lucido e intellettualmente più interessante rappresentante di questo significativo filone della cultura siciliana. Da qui il suo giudi­zio sul nulla della condizione culturale del presente in modo severo da lui stesso espresso: “Perso il timor di Dio” l’uomo contemporaneo non vuole neppure - prome­teicamente - farsi Dio, ma annullarsi nell’insignificanza, annegare nel non-senso, nel­l’ovvio, verso una sorta di trasformazione antropologica”. Aggiungo io purtroppo in negativo.
Un ritratto, se non esaustivo certamente fedele, della identità intellettuale di Ro­mano, non facile da sintetizzare, stante la sua “cosmicità”, si può estrarre da quanto egli dice, quasi autobiograficamente, di Vincenzo Mortillaro nel volume Contro la ri­voluzione la fedeltà. È forse l’opera migliore da lui scritta, né può ritenersi un caso: “Letterato e poeta, fondatore, direttore, animatore prima e dopo il’60 di riviste e giornali e molteplici responsabilità amministrative... critico acerrimo dei nuovi rivoluzionari del 1860, della conquista garibaldina e del Nuovo Regno d’Italia di marca piemontese li­berale e coloniale, fu costantemente ammirato, deriso e invidiato per il suo rigore e la sua visione del mondo e della sua storia”.
Mortillaro era un cultore del passato. Aristotele ha scritto che la memoria è negata agli schiavi. Apprezzo Romano soprattutto perché in quanto cultore del passato vuole restituirci la memoria che il presente ci nega. Il fine ultimo del suo impegno culturale vuole essere liberatorio per tutti. Il mondo che ci fa sognare è infatti un mondo senza schiavi. D’altra parte intorno al significato culturale del sentimento della tradizione, un dato non è stato mai considerato. I cosiddetti tradizionalisti, di solito aggettivati come passatisti pensano sempre il futuro con l’occhio rivolto al passato. Deve pur aver un senso sul quale riflettere il fatto che i comunisti autoritenutisi rivoluzionari, quando si chiede loro di esemplificare la società che sognano, finiscono in genere con ricordare il vero o supposto comuniSmo delle prime comunità cristiane.
Non si può non registrare a fronte di tutto questo il fatto che nessuno riesce a pen­sare alla storia al di fuori della storia. I più lo fanno senza averne consapevolezza. Ro­mano al contrario ne ha piena coscienza ed è questo il tratto più significativo della sua identità culturale. Anche per la sua ricchezza umana oltre che intellettuale mi pare per­tanto giusto concludere questo rapido suo profilo con l’interrogativo del poeta siracu­sano Ibn Hamdis (1056-1193), morto in esilio a Maiorca: “Cesserà il tempo di offendere l’uomo colto, finirà lo screditare l’uomo di merito?” Volendo rendere merito a questo fatto per la cultura siciliana da Tommaso Romano, rispondo al poeta che credo di si. Penso infatti con Paolo che la fede è certezza delle cose sperate. Spero che i Siciliani un giorno riconosceranno, come ha fatto meritoriamente Vito Mauro, il valore della fi­gura morale e intellettuale di Tommaso Romano. Anche a voler mettere da parte tutto, basterebbe pensare al ruolo che nella nostra cultura hanno avuto le Edizioni Thule. È questa la speranza che non voglio da dissennato dismettere, per non perdere la certezza che la Sicilia ha ancora dei veri intellettuali.

ANTONINO BUTTITTA

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